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Lavoro da casa e calo infortuni: i dati del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) in Italia

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Istat ha pubblicato la nona edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) che fotografa un quadro complessivo dei 12 domini in cui è articolato il benessere nel corso dei due anni di pandemia (2020 e 2021= esaminando le differenze tra i vari gruppi di popolazione e tra i territori rispetto ai due anni precedenti.

  • Il Rapporto è arricchito dall’osservazione del contesto europeo in cui si evidenzia la posizione dell’Italia nell’andamento della pandemia e della crisi occupazionale che ne è conseguita.
  • Mettiamo in luce gli aspetti che riguardano l’organizzazione del lavoro e la conciliazione lavoro-vita privata a seguito dello sviluppo emergenziale del “lavoro da casa” o smart working durante il periodo emergenziale e anche il riscontrato calo infortuni, dovuto, secondo il Rapporto ad una maggiore attenzione normativa al tema della salute e sicurezza dei lavoratori.

Rapporto BES: sicurezza sul lavoro e conciliazione vita-lavoro

L’analisi degli indicatori del dominio Lavoro e conciliazione dei tempi di vita consente di mettere in luce le vecchie criticità, che caratterizzano il mercato del lavoro italiano, e i nuovi aspetti che sono emersi come conseguenza delle disposizioni attuate per arginare la pandemia.

Occupazione e gap di genere

In base al Rapporto l’Italia, rispetto ai risultati raggiunti in media dai Paesi europei, si caratterizza per un basso livello dei tassi di occupazione e un ampio gap di genere, sintesi anche delle profonde disuguaglianze territoriali, generazionali e di cittadinanza. Le donne, i lavoratori del Mezzogiorno, i giovani e gli stranieri presentano anche una peggiore qualità del lavoro, in termini di instabilità, bassa remunerazione, irregolarità dei contratti e sicurezza sul lavoro.

Durante la pandemia, spiega il Rapporto queste differenze si sono ampliate attraverso significativi impatti negativi sull’occupazione, soprattutto nel settore dei servizi; tuttavia, la gestione dell’emergenza ha anche stimolato processi di riorganizzazione del lavoro verso una minore rigidità e lo sfruttamento di nuove opzioni tecnologiche.

Lavoro agile: le opportunità per il benessere dei lavoratori

Si sono create nuove opportunità da affrontare per il futuro con il lavoro da casa e nuove problematiche rispetto alla conciliazione tra vita professionale e familiare.

Prima dell’epidemia da COVID-19 in Italia il lavoro da casa interessava un segmento limitatissimo di lavoratori, posizionandoci al terzultimo posto in Europa. Inoltre, la quota di donne che lavoravano da casa era molto simile tra occupate (4,3%) e occupate con un figlio al di sotto dei 6 anni di età (4,5%), mentre in altri Paesi europei, come i Paesi Bassi e la Finlandia, le donne con figli in età prescolare avevano una percentuale superiore di almeno 6 punti percentuali rispetto alla media delle occupate.

Smart working emergenziale: fra sperimentazione e opportunità per le lavoratrici

A marzo 2020, l’emergenza sanitaria ha imposto in molti settori il passaggio repentino al lavoro da casa come strumento indispensabile per proseguire le attività produttive e contenere i rischi per la salute pubblica; di conseguenza, nel secondo trimestre 2020 la quota di occupati che risultano aver lavorato da casa almeno un giorno a settimana ha raggiunto il 19,3% (dal 4,6% del secondo trimestre 2019), salendo al 23,6% tra le donne.

L’incremento è stato causato da una situazione straordinaria che ha portato a una sperimentazione obbligata di questo modello di flessibilità, mostrandone potenzialità e debolezze. Una volta che l’emergenza sarà rientrata, questa esperienza – in molti casi anche problematica, soprattutto per le donne con bambini – potrà rappresentare un bagaglio prezioso di nuove modalità di organizzazione del lavoro.

Rapporto BES: in Pandemia quanti hanno lavorato a casa, dove e sono soddisfatti?

La quota maggiore di occupati che hanno lavorato da casa si osserva nel Centro (21,9%), seguito dal Nord (20,4%) e dal Mezzogiorno (15%). Le differenze dipendono dalla diversa distribuzione dei settori di attività economica nei territori, ma anche dall’eterogeneità nella diffusione sul territorio della strumentazione informatica e delle competenze digitali, necessarie per avviare questo tipo di attività.

Per quanto riguarda le diverse tipologie professionali, il tasso risulta aver superato il 40% nelle occupazioni a più alta qualifica e il 25% in quelle di tipo impiegatizio, mentre risulta marginale in tutte le restanti categorie.
A livello settoriale, il comparto informazione e comunicazione, dove il tasso risultava già più alto della media nel secondo trimestre 2019 (12,7%), ha raggiunto il 60%; segue il settore dell’istruzione, per il quale la quota di occupati che ha lavorato da casa è stata pari al 58,2% e quello del credito e assicurazioni in cui si è superato di poco il 50%. Percentuali significative hanno caratterrizzato anche i servizi e le attività di supporto alle imprese (33,3% per le attività immobiliari, le attività professionali scientifiche e tecniche, le attività di noleggio) che, come il settore di informazione e comunicazione, aveva un tasso superiore alla media già nel secondo trimestre 2019 (13,2%), e hanno contraddistinto anche la pubblica amministrazione (30,1%)

Per maggiori informazioni si rimanda alla Sezione “Lavoro e conciliazione dei tempi di vita” del Rapporto BES https://www.istat.it/it/files//2021/03/3.pdf

Calo infortuni sul lavoro

Il tasso di infortuni mortali e inabilità permanente, che fornisce indicazioni su un altro importante aspetto per valutare la qualità dell’occupazione, è in lento e progressivo calo negli anni conferma il Rapporto BES che sottolinea una maggiore attenzione normativa alla sicurezza del lavoratore. Nel 2018, il tasso di infortuni mortali e inabilità permanente è pari a 11,3 ogni 10.000 occupati, in calo rispetto al 2017 quando era 11,9. La riduzione riguarda tutte le aree del Paese: nel Mezzogiorno il tasso risulta pari a 13,6 per 10.000 occupati (-0,6 punti), contro 11,8 al Centro (-0,7 punti) e 10 al Nord (-0,5 punti). Più alto tra gli uomini (15,2 per 10.000 occupati), le persone con oltre 50 anni (16,6 per 10.000 occupati tra i 50 e i 64 anni e 27,7 per 10.000 occupati tra gli over 65) e gli stranieri (14,7 per 10.000 occupati).

Il Progetto BES: cos’è?

Il progetto Bes nasce nel 2010 per misurare il Benessere equo e sostenibile, con l’obiettivo di valutare il progresso della società non soltanto dal punto di vista economico, ma anche sociale e ambientale. A tal fine, i tradizionali indicatori economici, primo fra tutti il Pil, sono stati integrati con misure sulla qualità della vita delle persone e sull’ambiente.

Rapporto BES: cosa analizza?

Il BES analizza 12 domini (Salute; Istruzione e formazione; Lavoro e conciliazione dei tempi di vita; Benessere economico; Relazioni sociali; Politica e istituzioni; Sicurezza; Benessere soggettivo; Paesaggio e patrimonio culturale; Ambiente; Innovazione, ricerca e creatività; Qualità dei servizi) è incentrata sull’andamento più recente, confrontando i due anni di pandemia con il 2019.

Rapporto BES: quali indicatori?

A partire dal 2016, agli indicatori e alle analisi sul benessere si affiancano gli indicatori per il monitoraggio degli obiettivi dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile, i Sustainable Development Goals (SDGs) delle Nazioni Unite, scelti dalla comunità globale grazie a un accordo politico tra i diversi attori, per rappresentare i propri valori, priorità e obiettivi. La Commissione Statistica delle Nazioni Unite (UNSC) ha definito un quadro di informazione statistica condiviso per monitorare il progresso dei singoli Paesi verso gli SDGs: oltre 230 indicatori sono stati individuati.

I due set di indicatori sono solo parzialmente sovrapponibili, ma certamente complementari (si veda il quadro degli indicatori Bes inclusi nel framework SDGs).

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Antonio Mazzuca

Coordinamento editoriale Portale InSic.it - Formatore in salute e sicurezza sul lavoro - Content editor e Social media manager InSic.it