23.04.26 - Maurizio Grassi
L’articolo offre una riflessione sul perché, nei cantieri complessi, il rispetto formale della normativa non sia sufficiente – da solo – a garantire la sicurezza. Il vero nodo è la distanza tra procedure e lavoro reale: solo comprendendo il contesto operativo, rafforzando la leadership e valorizzando il confronto è possibile migliorare davvero la prevenzione.
Tra influence learning, near miss e tecnologie innovative, emerge un nuovo approccio alla sicurezza basato su consapevolezza e osservazione sul campo.
Nell'articolo
Entrare oggi in molti cantieri dà una sensazione rassicurante. Le procedure sono aggiornate, la documentazione è completa, gli audit vengono superati senza particolari criticità. Tutto sembra funzionare come dovrebbe. In termini normativi, i requisiti del D.Lgs. 81/08 sono rispettati.
Eppure, nonostante questo livello di conformità, gli incidenti continuano a verificarsi. I quasi-incidenti emergono poco e, soprattutto, le prestazioni di sicurezza non migliorano in modo significativo nel tempo. Non è un paradosso.
È un segnale.
Nei cantieri complessi, la sicurezza non fallisce perché mancano regole, ma perché esiste una distanza – spesso invisibile – tra ciò che è previsto e ciò che accade realmente durante il lavoro.
La conformità normativa resta una base imprescindibile. Senza, il sistema non regge.
Ma da sola non garantisce la sicurezza.
Nella pratica operativa, infatti, emerge sempre uno scarto tra il lavoro “prescritto” e il lavoro “reale”. Due cantieri possono avere lo stesso sistema documentale e rispettare gli stessi obblighi, ma funzionare in modo completamente diverso in termini di rischio.
La differenza non sta nei documenti, ma in ciò che accade ogni giorno sul campo: negli adattamenti, nelle decisioni sotto pressione, nelle condizioni concrete in cui le persone operano.
Nei cantieri complessi, la variabilità non è un’eccezione, ma una condizione strutturale. Interferenze tra imprese, modifiche in corso d’opera, vincoli temporali e condizioni ambientali rendono impossibile applicare le procedure in modo rigido.
Per lavorare, le persone devono adattarsi. Questi adattamenti non sono errori: sono ciò che permette al sistema di funzionare. Ma è proprio qui che nascono i rischi. Nelle soluzioni trovate sul momento, nei compromessi operativi, nelle decisioni prese sotto pressione.
Un esempio è ricorrente. Di fronte a un’attività svolta in condizioni non ottimali, la lettura più immediata è: “la procedura non è stata rispettata”. Ma se si osserva meglio il contesto emergono ritardi, interferenze, difficoltà applicative. A quel punto diventa evidente che la scelta fatta è coerente con il sistema. E allora il problema non è il comportamento, ma il contesto che lo ha generato.
Se questo è il punto, diventa chiaro che controllare meglio non basta. Serve capire meglio. Questo richiede un cambio di approccio, che passa da tre leve fondamentali:
Osservare il lavoro reale significa andare oltre la checklist e cercare di capire dove il lavoro diventa difficile, dove le procedure non bastano, dove le persone sono costrette ad adattarsi.
Rafforzare la leadership di campo significa riconoscere che la sicurezza si costruisce nelle decisioni quotidiane di preposti, capicantiere e coordinatori. Non solo nel rispetto delle regole, ma nella gestione concreta delle situazioni. Ed è proprio qui che entra in gioco un elemento decisivo: la sicurezza psicologica. Se le persone percepiscono che segnalare un problema o esprimere un dubbio può avere conseguenze negative, tenderanno a tacere. Se invece il contesto consente di parlare apertamente, il sistema inizia a vedere ciò che prima restava nascosto.
Uno dei cambiamenti più semplici, ma anche più potenti, riguarda il modo in cui si fanno le domande.
Chiedere “è tutto conforme?” porta quasi sempre a una risposta formale. Chiedere invece “cosa è stato difficile?” o “dove avete dovuto adattarvi?” apre uno spazio completamente diverso.
Non è più un controllo. È un momento di comprensione. È qui che si inserisce l’influence learning.
La sicurezza, infatti, non dipende solo da ciò che le persone sanno, ma da come interpretano le situazioni e dalle decisioni che prendono mentre lavorano. Conoscere una procedura è solo il primo livello. Il punto è cosa succede quando quella procedura diventa difficile da applicare.
In quel momento entrano in gioco livelli diversi di consapevolezza:
L’influence learning lavora proprio qui: non impone comportamenti, ma influenza il modo in cui le persone leggono la realtà e prendono decisioni. È una metodica pragmatica che aiuta ad agire sul sistema e sulle squadre e non solo sui comportamenti individuali.
C’è un segnale che spesso viene interpretato in modo positivo, ma che merita attenzione: l’assenza di criticità. Se in un cantiere le segnalazioni sono poche, tutto risulta sempre conforme e i problemi emergono solo dopo un evento, è possibile che il sistema non stia vedendo i rischi.
Molto spesso, questo accade perché manca uno spazio reale per far emergere le difficoltà. Non perché le difficoltà non esistano.
Quando un problema emerge, la reazione più immediata è spesso quella di intervenire sul comportamento, ma questo approccio è limitato.
Per essere efficace, un intervento deve considerare tre dimensioni:
Nei cantieri, è proprio il contesto a orientare le scelte: pianificazioni non realistiche, interferenze non gestite, inserimenti frettolosi, pressione sui tempi. Se questi elementi non cambiano, anche i comportamenti torneranno gli stessi.
Anche i fattori umani – fatica, stress, carico cognitivo – vanno letti in questa chiave: non come limiti individuali, ma come condizioni che influenzano le decisioni.
Se vogliamo prevenire, dobbiamo smettere di guardare solo agli eventi.
Indicatori come l’aumento delle segnalazioni, la capacità di risolvere problemi prima che si trasformino in incidenti o la rapidità di gestione delle criticità raccontano molto di più su come il sistema sta funzionando. E raccontano soprattutto se il sistema sta imparando.
Le varie innovazioni tecnologiche (Digital Twin, AI e sistemi digitali) possono dare un contributo importante: aiutare a individuare pattern di rischio, migliorare la pianificazione, rendere visibili alcune criticità, ma da sole non bastano.
Il rischio è quello di scambiare i dati per la realtà.
Un sistema può mostrare indicatori positivi e allo stesso tempo non vedere le difficoltà operative. Per questo, il valore della tecnologia dipende da come viene utilizzata: deve essere interpretata, discussa, collegata al lavoro reale.
In sintesi, la tecnologia segnala, ma sono le persone a dare significato e l’organizzazione a trasformarlo in azione.
Questo cambio di prospettiva riguarda tutti.
Per l’RSPP significa spostarsi dalla sola gestione della conformità alla comprensione del rischio dinamico, integrando indicatori anticipatori e strumenti di ascolto del lavoro reale.
Per il CSE significa rafforzare il coordinamento operativo, osservando le interferenze per come si manifestano concretamente e facilitando il confronto tra le imprese.
Per le imprese affidatarie significa intervenire sul contesto – pianificazione, interferenze, pressione produttiva – e sviluppare una leadership operativa capace di usare il confronto come strumento quotidiano.
La conformità è la base, ma non è ciò che determina l’affidabilità del sistema.
Nei cantieri complessi, la sicurezza dipende dalla capacità di vedere il lavoro reale, ascoltare le persone e intervenire sul contesto.
Alla fine, la domanda più importante non è: “è tutto conforme?”
È una sola: In questo cantiere, è facile per le persone fare la cosa giusta?
Se la risposta è no, il problema non è nelle persone. Il problema è nel sistema.
E spesso, il primo passo per migliorarlo è il più semplice: fare una domanda diversa.
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