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Come gestire i casi sintomatici di Covid-19 in azienda

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Come muoversi qualora in azienda si presenti l’eventualità di un caso che sviluppi sintomi riconducibili al Covid-19? Seguiamo l’evoluzione normativa e operativa di riferimento.

Protocolli e aggiornamenti

L’emergenza derivata dalla imprevista diffusione del Coronavirus nel nostro paese ha spinto il Legislatore a prevedere misure eccezionali. In particolare, di prevenzione e tutela, tramite provvedimenti non aventi forza di legge, per quanto sempre obbligatori rispetto ai cittadini e alle aziende: i D.P.C.M. e le ordinanze o i decreti regionali.

Si tratta di provvedimenti emergenziali, che costituiscono norme speciali. Come tali hanno efficacia obbligatoria, integrando le norme di legge vigenti (che, tuttavia, non possono modificare), tra le quali le disposizioni del Testo unico di salute e sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/08). Queste ultime rimangono pienamente operanti e quindi dovranno essere “completate” dalla predisposizione in azienda di misure di prevenzione e tutela rispetto al Covid-19.

Il nuovo protocollo condiviso del 6 aprile

Le misure indicate nel “Protocollo condiviso di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro” del 6 aprile 2021, che ha aggiornato il Protocollo del 24 aprile 2020, costituiscono il parametro legale e il limite invalicabile delle responsabilità del datore di lavoro rispetto al possibile contagio da Coronavirus.

Vediamo quindi come gestire in azienda eventuali casi di soggetti con sintomi riconducibili al Covid-19.

Come gestire una persona sintomatica in azienda

L’azienda – che avrà provveduto a inserire nel proprio protocollo anti-Covid la relativa procedura – dovrà tener conto del caso in cui via sia un caso di persona che sviluppi febbre e un sintomo che sia riconducibile al Coronavirus (come, ad esempio, la tosse). Procederà innanzitutto all’isolamento della persona, in modo che essa non possa ulteriormente essere messa nelle condizioni di poter potenzialmente infettare terzi.

Isolamento dei soggetti con sintomi

L’isolamento implica l’uso della mascherina da parte del soggetto sintomatico. Va realizzato in modo che chi collabora all’operazione sia munito di ogni idonea misura di prevenzione e protezione; a partire, ovviamente, dall’uso di una mascherina chirurgica o, meglio, di un vero e proprio DPI, e dal necessario distanziamento rispetto al sintomatico. L’isolamento dovrà essere disposto anche “per tutti gli altri presenti dai locali”. In questi non proprio felici termini si esprime il Ministero del lavoro sul suo sito ufficiale; vale a dire rispetto a tutti coloro che abbiano frequentato locali nei quali la persona è stazionata.

Comunicazione alla competente autorità sanitaria

Il passo successivo da compiere è avvertire la competente autorità sanitaria. Questo utilizzando i numeri a ciò dedicati (che, quindi, vanno preventivamente conosciuti da chi debba intervenire). L’autorità sanitaria avrà cura di fornire le indicazioni per la gestione della situazione nell’immediato. La stessa fornirà anche le successive istruzioni e, soprattutto, chi si deve “prender carico” (se del caso per mezzo dell’invio di ambulanza) della persona che presenti i sintomi, che deve essere sottoposta a tampone.

Sanificazione degli ambienti di lavoro

La circostanza che in azienda vi sia stato un caso di possibile positività al Covid-19 implica una serie di conseguenze pratiche importanti. Ad esempio: nessuno deve stazionare in alcun modo nei locali nei quali è stato il sintomatico; almeno fino a quando non si è certi della negatività (a seguito di tampone) del soggetto.

È utile ricordare che il Protocollo del 24 aprile 2020, al punto 4, prevedeva espressamente:

  • in caso di presenza di una persona con COVID-19 all’interno dei locali aziendali, “si procede alla pulizia e sanificazione dell’area secondo le disposizioni della circolare n. 5443 del 22 febbraio 2020 del Ministero della Salute e alla ventilazione dei locali”.

Misure di contenimento: “contatti stretti” e quarantena

Tra le misure più impegnative per le organizzazioni c’è la necessità di collaborare con le autorità sanitarie per definire quali siano stati i “contatti stretti” della persona al lavoro. Questo consentirà di individuare di chi debba essere collocato in quarantena.

Al riguardo è necessario chiarire preliminarmente cosa si intenda per “contatto stretto”, avendo a riferimento le circolari del Ministero della salute che forniscono un contenuto a tale espressione.

La prima circolare del Ministero della salute di riferimento è stata la n. 6360 del 27 febbraio 2020, poi oggetto di successivi aggiornamenti, quali quelli contenuti nella circolare n. 18584 del 29 maggio 2020 .

E, infine, alla circolare del 12 ottobre 2020.

Definizione di contatto stretto

Dopo aver premesso che:

“Un contatto di un caso COVID-19 è qualsiasi persona esposta ad un caso probabile o confermato COVID-19 in un lasso di tempo che va da 48 ore prima dell’insorgenza dei sintomi fino a 14 giorni dopo o fino al momento della diagnosi e dell’isolamento del caso.

Se il caso non presenta sintomi, si definisce contatto una persona che ha avuto contatti con il caso indice in un arco di tempo che va da 48 ore prima della raccolta del campione che ha portato alla conferma e fino a 14 giorni dopo o fino al momento della diagnosi e dell’isolamento del caso”

la circolare del 29 maggio 2020 descrive come segue il “Contatto stretto” (esposizione ad alto rischio): “un caso probabile o confermato è definito come una persona che:

  • vive nella stessa casa di un caso COVID-19;
  • ha avuto un contatto fisico diretto con un caso COVID-19 (per esempio la stretta di mano);
  • abbia avuto un contatto diretto non protetto con le secrezioni di un caso COVID-19 (ad esempio toccare a mani nude fazzoletti di carta usati);
  • ha avuto un contatto diretto (faccia a faccia) con un caso COVID-19, a distanza minore di 2 metri e di almeno 15 minuti;
  • si è trovata in un ambiente chiuso (ad esempio aula, sala riunioni, sala d’attesa dell’ospedale) con un caso COVID-19 in assenza di DPI idonei;
  • o un operatore sanitario che fornisce assistenza diretta ad un caso COVID-19; oppure personale di laboratorio addetto alla manipolazione di campioni di un caso COVID-19 senza l’impiego dei DPI raccomandati o mediante l’utilizzo di DPI non idonei;
  • che ha viaggiato seduta in treno, aereo o qualsiasi altro mezzo di trasporto entro due posti in qualsiasi direzione rispetto a un caso COVID-19; sono contatti stretti anche i compagni di viaggio e il personale addetto alla sezione dell’aereo/treno dove il caso indice era seduto”.

Le procedure di tutela in azienda

Sarà dunque fondamentale prevedere e assicurare una puntuale e preventiva informativa ai lavoratori sulle procedure di tutela in azienda.

Tale procedura dovrà comprendere l’indicazione delle misure igienico-sanitarie che devono essere seguite; nonché le procedure aziendali relative al distanziamento interpersonale, all’uso degli spazi comuni e a quello delle mascherine.

È compito dell’azienda – una volta gestita l’emergenza da presenza di un sintomatico in azienda – individuare chi sia stato a “contatto stretto” con la persona. Si dovrà poi procedere, rispetto ai propri lavoratori, a comunicare i relativi nominativi alla autorità sanitaria non consentendo ai medesimi di accedere al lavoro.

In ordine alle modalità che vanno seguite per garantire la necessaria “collaborazione” con la ASL di riferimento vi sono sensibili differenze sul territorio nazionale. In linea di massima occorre – previo coinvolgimento del medico competente – individuare i nominativi dei “contatti stretti”. Innanzitutto con riferimento ai lavoratori dell’azienda, sui quali la stessa è chiamata a prendere le sue decisioni. Tali decisioni sono legate, innanzitutto, all’opportunità o meno che essi possano lavorare.

Il contact tracing

Rispetto al contact tracing e alle modalità procedurali da seguire si può far riferimento al Rapporto ISS-Covid 19 “Guida per la ricerca e gestione dei contatti (contact tracing) dei casi di COVID-19”, versione del 25 giugno 2020. Questo tipo di adempimento è probabilmente quello con maggiore “impatto” sulle organizzazioni.

La ricerca aziendale potrebbe infatti portare all’individuazione di un numero significativo di lavoratori a contatto con il sintomatico (poi positivo). Questi non potranno rientrare al lavoro senza prima aver effettuato:

  • almeno un periodo di isolamento fiduciario di 14 giorni, salve diverse indicazioni dell’autorità sanitaria,
  • o almeno un tampone negativo, portato a conoscenza dell’azienda.

Il periodo di isolamento fiduciario potrà essere gestito, dal punto di vista lavoristico, come malattia.

Infatti, l’articolo 26, comma 1, del D.L. n. 18/2020, come vigente a seguito della conversione in legge, prevede espressamente che tale periodo non incida sul comporto e sia da qualificare come malattia.

Accesso in azienda

Il “Protocollo condiviso di aggiornamento” del 6 aprile 2021 – così come ilProtocollo del 24 aprile 2020 – ribadisce che il datore di lavoro informa preventivamente il personale, e chi intende fare ingresso in azienda, della preclusione dell’accesso a chi, negli ultimi 14 giorni, abbia avuto contatti con soggetti risultati positivi al virus SARS-CoV-2/COVID-19 o provenga da zone a rischio secondo le indicazioni dell’OMS.

Riammissione al lavoro

Nel nuovo Protocollo (nella Parte 2. MODALITÀ DI INGRESSO IN AZIENDA) spunta un paragrafo specifico sulla riammissione al lavoro dei positivi negativizzati.

Confermate le due casistiche e relative disposizioni (per i «casi positivi asintomatici» e per i «casi positivi sintomatici»), regolate con la circolare del Ministero della Salute n. 32850 del 12 ottobre 2020, a subire profonda modifica è stata la specifica casistica, riferita ai «casi positivi a lungo termine».

Anticipata con l’ultimo Protocollo condiviso, la nuova regolamentazione è confermata mediante successiva circolare del MdS, n. 15127 del 12 aprile 2021, emanata (anche a scopo di rettifica della precedente del 12 ottobre) dopo la sottoscrizione del Protocollo. Sono modificate le indicazioni relative alla riammissione al lavoro dopo l’infezione da virus SARS-CoV-2 dei lavoratori risultanti positivi oltre il 21° giorno, per i quali è prevista la riammissione al lavoro solo dopo la negativizzazione del tampone molecolare o antigenico effettuato in struttura accreditata o autorizzata dal servizio sanitario.

Specifica gestione, invece, confermata anche nel testo del Protocollo condiviso del 6 aprile u.s., quella relativa a coloro che, in fase di rientro in azienda, essendo stati positivi al tampone e avendo anche dovuto subire un ricovero ospedaliero, dovranno ri-sottoporsi a visita medica per un nuovo giudizio di idoneità/inidoneità; solo però nel caso che questi fossero già in un regime di sorveglianza sanitaria, anche se il tempo di assenza dovesse essere inferiore alla soglia specificata all’art. 41, co. 2, lett. e-bis del D.Lgs. 81/08 s.m., e cioè, sessanta giorni.

Per saperne di più

Per un approfondimento sulle nuove indicazioni del Ministero della Salute in merito alla riammissione in azienda dei lavoratori positivi, segnaliamo un contributo recentemente pubblicato su InSic.

Redazione InSic

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