Per troppo tempo il rischio climatico è rimasto in una zona di ambiguità: abbastanza presente nelle narrazioni, poco incisivo nel governo d’impresa. Gli eventi estremi stanno cambiando il quadro, perché il clima entra nei numeri: perdite e assicurabilità, credito, investimenti, continuità operativa. Da qui una domanda inevitabile: come si governa un rischio che non è più episodico?Tra rischio fisico e rischio di transizione, la risposta passa per scelte organizzative verificabili e per una responsabilità che evolve in accountability, oltre la CSR, nel nuovo perimetro ESG.
- Quando il rischio climatico smette di essere un tema “soft”
- Il rischio ambientale da diverse angolature
- Rischi fisici e rischi di transizione
- Cosa devono fare le imprese, concretamente
- Come cambia la responsabilità
- FAQ sul rischio climatico e sulla sua governance in azienda
- Cos’è il rischio climatico?
- Cosa si intende con governare il rischio climatico?
- Strumenti e risorse per l’approfondimento
- Articoli a cura dell’autore
Quando il rischio climatico smette di essere un tema “soft”
Per anni il rischio climatico è rimasto in una zona di (voluta?) ambiguità (politica): abbastanza evidente da entrare nei discorsi di sostenibilità, ma non abbastanza “incisivo” da trasformarsi in un fattore strutturale di governo d’impresa.Eppure, i dati pubblicati da istituzioni, enti, organismi scientifici internazionali, settore finanziario e assicurativo - che analizzano e quantificano questa tipologia di rischio non per innato spirito green, ma perché quel rischio entra nei bilanci, nei premi assicurativi, nel credito e nella valutazione della continuità operativa - hanno insistito sulla gravità della situazione e sugli effetti dovuti alla mancata gestione del climate change, che moltiplica esponenzialmente i suoi impatti e riduce sempre di più i margini di manovra.
Quando un rischio viene quantificato e tradotto in termini monetari, l’ambiguità smette di essere solo politica, e ignorarlo rappresenta una scelta gestionale consapevole. Annessi e connessi.Il climate change risk, solo per fare qualche esempio, è stato ricostruito e “messo a sistema” da prospettive diverse:
- assicurativa (perdite e assicurabilità);
- bancaria (stabilità, credito);
- regolatoria (trasparenza e comparabilità dell’informativa);
- industriale (continuità e supply chain).
Minimo comune denominatore: se l’evento estremo è un rischio ricorrente, allora la reazione dell’impresa non può più essere soltanto emergenziale ma deve farsi governance coinvolgendo ruoli, processi, decisioni, evidenze.
Il rischio ambientale da diverse angolature
In questo quadro, il rischio climatico viene progressivamente trattato per ciò che è: un rischio economico e organizzativo misurabile, che occorre gestire in un’ottica preventiva, evitando di trattarlo alla stregua di un fattore esogeno, oppure riducendolo a mero profilo comunicativo.
Il mondo assicurativo lo intercetta innanzitutto come problema di perdite attese e di assicurabilità, cioè come fattore che ridefinisce premi, franchigie, limiti di copertura e, in alcuni casi, l’accesso stesso alla protezione assicurativa, soprattutto nei territori e nei settori più esposti agli eventi estremi.
La lettura bancaria muove nella stessa direzione, ma con un’attenzione specifica alla stabilità finanziaria e al merito di credito: il rischio climatico – scomposto in rischio fisico e di transizione – viene considerato un elemento che attraversa i rischi tradizionali dell’impresa, influenzandone la capacità di generare flussi di cassa, sostenere investimenti e garantire continuità operativa nel medio-lungo periodo.
Sul piano regolatorio, infine, il clima viene considerato rispetto ai fattori di trasparenza e comparabilità dell’informazione, con l’obiettivo dichiarato di rendere comprensibili le modalità con cui i rischi climatici possono concretamente ridefinire la strategia e le prospettive aziendali, evitando che restino confinati a dichiarazioni generiche o a narrazioni non verificabili.

