30.07.26
18.06.26 - Felice Magarelli
Il mobbing sul lavoro rappresenta una delle principali forme di rischio psicosociale nei luoghi di lavoro. Pur in assenza di una disciplina specifica, lavoratori e aziende devono confrontarsi con obblighi normativi, tutela della salute, stress lavoro-correlato e possibili responsabilità risarcitorie.
Nell'articolo
Il mobbing è una forma di violenza psicologica caratterizzata da comportamenti ostili, ripetuti e sistematici che mirano a isolare o emarginare un lavoratore, con possibili conseguenze sulla salute e sull’attività professionale.
La parola mobbing, dal verbo inglese “to mob” (assalire), è stata utilizzata per la prima volta in ambito lavorativo, per definire una serie di condotte aggressive, sistematiche e persistenti, dirette contro una persona o un gruppo di persone e atte ad emarginarle. Si tratta di una forma subdola di violenza, caratterizzata da intensità, frequenza, durata e squilibrio di potere. Il mobbing può essere posto in essere:
Pur in assenza di un’apposita legge, il contrasto al fenomeno è comunque demandato alla giurisprudenza che, all’art. 2087 del Codice civile, attribuisce al datore di lavoro, l’obbligo contrattuale di adottare tutte le misure necessarie, in base al tipo di lavoro, all’esperienza e alla tecnica, volte a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. La figura del lavoratore trova inoltre tutela anche in altre fonti:
Ai fini dell’ottenimento del risarcimento del danno, indennizzabile come malattia professionale non tabellata, sulla vittima del mobbing incombe l’onere di dimostrare l’esistenza di una patologia anche solo temporanea, effettivamente riconducibile alle vessazioni subite sul luogo di lavoro. Il risarcimento può anche essere di natura non patrimoniale, in questo caso dovranno essere valutate:
Occorre segnalare che il mobbing non lede solo chi lo subisce ma rappresenta un vero e proprio costo anche per le aziende che devono sostenere l’aumento del tasso di assenteismo dei dipendenti mobbizzati con conseguente perdita di produttività. Inoltre, i contenziosi che ne derivano, spesso finiscono con impattare negativamente anche sull’immagine stessa dell’impresa.
Per queste ragioni, sarebbe opportuno promuovere una cultura manageriale che sappia riconoscere e fronteggiare il problema, allo scopo di tutelare contestualmente persone e organizzazione. Risulta infatti superfluo valutare le performance lavorative se prima non si favoriscono relazioni decenti tra colleghi e superiori.
Un’organizzazione che vuole essere credibile all’esterno, deve esserlo innanzitutto al proprio interno.
Investire nelle persone significa valorizzare non solo le competenze professionali ma anche le capacità relazionali, per costruire un ambiente di lavoro sano e collaborativo. In quest’ottica, non si può prescindere dalla necessità che le risorse umane debbano essere considerate anche sotto il profilo del benessere organizzativo, rimuovendo tutti quegli ostacoli che impediscono una reale crescita inclusiva, duratura e sostenibile.
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