Morti sul lavoro: una lettera alla redazione per non abituarsi ai numeri

Morti sul lavoro: una lettera alla redazione per non abituarsi ai numeri

Riceviamo e pubblichiamo una lettera inviata alla redazione da Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS), dedicata al tema delle morti sul lavoro. Una riflessione personale che richiama l’attenzione sul valore della prevenzione, della memoria e della cultura della sicurezza, invitando a non considerare gli infortuni mortali come una semplice successione di notizie.

La lettera di Marco Bazzoni

«C’è qualcosa che non riesco più a ignorare.

Ogni giorno si muore sul lavoro, e troppo spesso tutto passa in silenzio.

Ma per qualcuno, in quel momento, tutto si ferma per sempre.

La lettera che segue, nasce da questo: dal bisogno di non restare indifferenti e di ricordare che dietro ogni notizia ci sono persone, famiglie, vite spezzate.

Se queste parole riuscissero a fermare anche una sola persona, avrebbero già un senso.

Succede continuamente. Succede ogni giorno.

Un titolo, poche righe, un nome che spesso nemmeno ricordiamo. Poi si volta pagina.

Ma quella persona non era una notizia. Era qualcuno che quella mattina è uscito di casa senza sapere che non ci sarebbe mai tornato.

Aveva una famiglia. Qualcuno che lo aspettava. Un figlio che avrebbe voluto raccontargli la suagiornata. Un compagno o una compagna con cui condividere la sera. Un genitore che contava di risentire la sua voce.

E invece no.

Chiamiamole con il loro nome: morti sul lavoro.

Ma smettiamola, una volta per tutte, di chiamarle “morti bianche”.

Non c’è niente di bianco.

Non c’è niente di pulito.

Non c’è niente che possa essere reso innocuo con una parola

In Italia si continua a morire lavorando, ogni giorno. Non per fatalità, non per destino. Si muore per mancanza di sicurezza, per leggerezza, per fretta, per risparmiare su ciò che dovrebbe essere sacro: la vita.

E la cosa più dolorosa è l’abitudine.

Ci stiamo abituando. Ai numeri. Alle statistiche. Ai servizi di pochi secondi. Ci stiamo abituando a un bollettino di guerra che non fa più rumore.

Ma ogni volta che succede, non è solo una vita che si spegne.

Sono vite che cambiano per sempre.

È una sedia vuota a tavola.

È un telefono che non squilla più.

È un compleanno senza una voce.

È un futuro che si spezza in silenzio.

Il lavoro dovrebbe dare dignità, non togliere la vita.

E invece oggi, per troppi, è ancora un rischio.

Non possiamo più permetterci di voltare lo sguardo. Non possiamo accettare che tutto questo venga considerato normale.

Serve coscienza. Serve responsabilità. Serve memoria viva. Serve la volontà di cambiare davvero, prima che un altro nome si aggiunga alla lista.

Perché ogni giorno che passa, qualcuno non torna a casa.

E ogni volta, non muore solo un lavoratore.

Muore un pezzo della nostra umanità.

E questo dovrebbe riguardarci tutti».

Marco Bazzoni,

operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Firenze

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