06.11.26 - Maurizio Martinelli
A Roma, dal 20 al 22 ottobre, si è tenuta la terza edizione degli Stati Generali Salute e Sicurezza sul Lavoro, promossa dalla Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, Chiara Gribaudo, in collaborazione con la Camera dei deputati. Tre giornate di confronto tra istituzioni, enti di vigilanza, parti sociali, esperti e mondo della ricerca per rafforzare la prevenzione e la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Nella seconda giornata, abbiamo approfondito l’annoso tema dell’amianto, intervistando
la Dr.ssa Susanna Cantoni, Medico del lavoro sino al 2016, Direttore del Dipartimento di Prevenzione e del Servizio Prevenzione negli Ambienti di Lavoro della ATS di Milano; attiva nella CIIP dai primi anni accanto a Antonio Grieco e poi a Vito Foà; coordinatrice dei Gruppi di lavoro Legislazione, Sorveglianza Sanitaria, Sistema Informativo e Intelligenza Artificiale; già Presidente della CIIP dal 2017-2023, attualmente ricopre l’incarico di Vicepresidente.

Nell'articolo
Il Censimento Materiali Contenenti Amianto (MCA) riportato dal Ministero Ambiente, che raccoglie i dati delle Regioni, stima (anno 2022) la presenza in Italia di circa 155.000 siti censiti, dei quali circa 117.00 risultano ancora da bonificare. Sono dati incompleti (non di tutte le regioni) e comunque sottostimati. Infatti, il censimento è affidato alla autodenuncia, ai sensi della L. 257/92, e in parte alle rilevazioni aeree, oggi, grazie all’uso dei droni, più semplici e meno costose, effettuate di iniziativa da ARPA, ASL, Comuni.
Tra l’altro, la mancata denuncia di MCA è sanzionata dalla L. 257/92 solo per i manufatti in amianto friabile. La mancata denuncia di manufatti in amianto compatto è sanzionata solo in alcune Regioni (es. Lombardia con L.R. 17/2003). In Lombardia l’introduzione di una sanzione ha determinato un aumento improvviso di denunce, poi ridottosi col passare del tempo.
Le rilevazioni aeree, pur preziose, non sono obbligatorie e non sono estese all’intero territorio nazionale; inoltre hanno degli importanti limiti: rilevano le superfici esterne agli edifici, orizzontali o con una inclinazione limitata (non le superfici verticali), di manufatti in amianto compatto.
Il censimento dei manufatti presenti all’interno di edifici, di tubazioni (es. condotte per la distribuzione dell’acqua potabile), che riguarda soprattutto l’amianto friabile, non può che essere effettuato con l’autodenuncia e con i controlli.
Sicuramente sarà opportuno adottare diverse azioni di miglioramento, tra cui:
Ad oggi l’unico sistema di smaltimento è il conferimento in apposite discariche; non esistono altri sistemi sicuri ed economicamente vantaggiosi. Il numero di discariche presenti in Italia è del tutto insufficiente e distribuito in modo disomogeneo. Ricordiamo che le valutazioni più ricorrenti indicano la presenza di 22-32-40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto ancora presenti in Italia.
Si tratta di stime distinte, di enti diversi che utilizzano metodologie differenti, che comunque indicano una presenza ancora molto rilevante e soprattutto difficilmente smaltibile con le attuali disponibilità di discariche. Infatti, le discariche autorizzate sono 15 in tutta Italia, per lo più dislocate in poche regioni del Nord [11 per rifiuti non pericolosi (amianto compatto) e 4 per rifiuti pericolosi (amianto friabile)].
Ogni anno vengono conferite in discarica 236.000 tonnellate (97% amianto compatto) e spedite all’estero 150.000 tonnellate di amianto rimosso, ovviamente con costi maggiori.
Occorre porsi seriamente il problema di aumentare il numero di impianti di smaltimento distribuendoli in modo più equo in rapporto alle esigenze dei singoli territori.
L’esposizione è oggi connessa soprattutto alle bonifiche o agli interventi di manutenzione straordinaria su manufatti contenenti amianto.
L’obbligo di notifica ai sensi del D.Lgs. 81/08 consente agli organi di vigilanza di intervenire sin dall’allestimento del cantiere, anche verificando la qualificazione delle imprese, successivamente durante i lavori e infine prima del riutilizzo degli ambienti con la certificazione per la restituibilità degli stessi, previo controllo visivo e controlli analitici.
La possibilità di riuscire ad espletare tali funzioni è legata alla disponibilità di personale altamente qualificato su questa materia, funzioni tradizionalmente svolte dai Servizi di Prevenzione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro (SPSAL) delle ASL, e di laboratori pubblici per i campionamenti e le analisi.
Per quanto riguarda il personale segnaliamo che nel corso del tempo gli operatori dei SPSAL si sono dimezzati:
Per quanto riguarda i controlli analitici occorre che tutte le regioni siano dotate di adeguati laboratori pubblici con microscopia elettronica in grado di soddisfare tutte le necessità di campionamento e analisi nelle fasi di censimento, bonifica, restituibilità. Purtroppo, in molte aree questo non avviene e sia i campionamenti che le analisi vengono demandate agli stessi soggetti controllati che si rivolgono a laboratori privati, la cui attività sfugge al controllo pubblico.
Oltre alle attività di controllo i Servizi territoriali svolgono attività di informazione, controllo della formazione, esami per il rilascio dei “patentini” abilitanti per le attività di bonifica.
Le malattie professionali (MP) da esposizioni pregresse riguardano per lo più di tumori, soprattutto mesoteliomi, ma sono presenti anche altre tipologie, in particolare tumori polmonari. Due sono i problemi principali:
Dai dati di letteratura si evince, che la frazione dei mesoteliomi attribuibile a cause lavorative è altissima, 97% per gli uomini e poco più dell’82% per le donne.
I motivi potrebbero essere diversi, alcuni dei quali connessi alle carenze di documentazione riferite alle pregresse esposizioni; carenze in molti casi colmabili con una migliore ricerca attingendo a fonti diverse, cosa che non sempre viene fatta.
Occorrerebbe approfondire con INAIL i motivi dei mancati riconoscimenti per affinare le procedure di raccolta delle informazioni per ricostruire le esposizioni pregresse e conseguentemente il nesso di causa. A questo proposito evidenziamo la forte disparità di condizioni tra l’istituto assicuratore e chi dall’altra parte deve documentare la pregressa esposizione, spesso i familiari del lavoratore deceduto che poco o nulla sanno delle condizioni di lavoro del parente.
Gioverebbe sicuramente in tal senso un maggior raccordo con i Servizi di prevenzione territoriali delle ASL e con i Centri Operativi Regionali (COR), gestori dei Registri regionali dei tumori professionali, a condizione che tali strutture siano dotate adeguatamente di personale sanitario, cosa che attualmente non è per entrambe le strutture.
Nell’audizione ho rappresentato con un grafico la classifica delle percentuali di riconoscimento nelle varie zone del paese che variano da valori molto alti (90-80%) fino a valori bassissimi (Fig. 1).
Tali andamenti non trovano certo motivazioni connesse alle diversità del tessuto produttivo locale; anche in questo caso occorrerebbe conoscerne le motivazioni per attivare iniziative che consentano di superare le profonde diseguaglianze geografiche fonte di ingiustizie sociali.

Ma per affrontare tutti questi temi, e altri ancora che ho limitato di esporre, occorre una visione organica che si traduca in un Piano Nazionale Amianto coordinato dai Ministeri più direttamente coinvolti (Salute e Ambiente) con le Regioni.
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