04.09.26
29.08.25 - Redazione InSic
L’uso crescente dell’intelligenza artificiale generativa per interpretare referti medici solleva forti preoccupazioni. Il Garante per la protezione dei dati personali avverte sui pericoli legati alla riservatezza dei dati sanitari e alla sicurezza delle diagnosi automatiche.
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È sempre più comune che utenti privati carichino analisi cliniche, radiografie e altri referti medici su piattaforme di intelligenza artificiale generativa, chiedendo interpretazioni o addirittura diagnosi. Ma il Garante privacy lancia un monito chiaro: questa prassi comporta seri rischi per la tutela dei dati personali e per la salute.
Secondo l’Autorità, molte delle piattaforme oggi disponibili non sono dispositivi medici certificati, non hanno superato i controlli previsti dalla normativa di settore e potrebbero quindi fornire risposte fuorvianti. Affidarsi a tali strumenti senza la supervisione di un professionista può comportare gravi conseguenze.
Uno degli aspetti più critici riguarda la gestione dei dati caricati. Il Garante invita gli utenti a leggere con attenzione le informative privacy: i dati sanitari potrebbero essere conservati dai gestori delle piattaforme per addestrare i loro modelli, anche dopo l’uso del servizio.
Il rischio di un uso massivo dei dati raccolti online (web scraping) per fini non trasparenti è già stato oggetto di un documento pubblicato a maggio 2024. Il Garante richiama alla necessità di maggiore consapevolezza da parte degli utenti e responsabilità da parte degli sviluppatori.
Infine, l’Autorità ribadisce l’importanza di una “supervisione umana qualificata” in ogni fase del ciclo di vita dei sistemi di IA applicati alla sanità: dallo sviluppo alla validazione. Senza l’intervento di un medico, i sistemi automatizzati non devono sostituire il giudizio clinico. Il messaggio è chiaro: l’innovazione non può prescindere dal rispetto dei diritti fondamentali delle persone.
Per saperne di più consulta il comunicato Stampa “Referti medici e IA, allarme del Garante privacy sui rischi di un uso scorretto”