La disciplina prevenzionistica non si applica soltanto a tutela dei propri dipendenti
Cass. pen. Sez. I, Sent., 17-02-2020, n. 6182

Data: 17/02/2020
Numero: 6182

"Le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro tutelano, oltre che i lavoratori, anche i terzi estranei al rapporto di lavoro, inclusi i lavoratori non direttamente dipendenti del titolare dell'impresa, che occasionalmente sono presenti nell'ambiente di lavoro, salvo che la presenza di tali soggetti nel luogo e nel momento dell'infortunio rivesta carattere di anormalità, atipicità ed eccezionalità.
Per collaborare alla riparazione di una pala meccanica, un dipendente della Ditta proprietaria del mezzo si recava presso un centro di revisione autoveicoli, dove rimaneva folgorato da una scarica elettrica determinata dal contatto tra il braccio estensibile di una gru, ivi presente, ed alcuni fili elettrici aerei. Per tale fatto, che costava la vita al lavoratore, il giudizio di appello, confermando la sentenza di primo grado, condannava il suo datore di lavoro e il titolare del centro di revisione al risarcimento dei danni in favore dei familiari del defunto. In particolare, quest'ultimo veniva condannato per aver collocato, sotto i fili elettrici, un suo vecchio autocarro, dismesso ed utilizzato solo per la gru che vi era installata, violando così la normativa volta a prevenire gli infortuni sul lavoro (nello specifico l'art. 11 del D.P.R. n. 164 del 1956).
Avverso tale pronuncia, solo il titolare del centro revisione ricorreva in Cassazione, dolendosi, fra l'altro, della motivazione apparente dei giudici di merito nell'escludere il carattere eccezionale ed anormale della presenza del lavoratore nel luogo dell'incidente.
La Suprema Corte, pronunciandosi come massima, riteneva legittimo il ragionamento della Corte d'appello, non potendosi ritenere "anormale" la presenza del lavoratore nello stabilimento, lì presente per coadiuvare nella riparazione del mezzo. Il ricorso è stato rigettato."
(a cura di S. Casarrubia)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SARACENO Rosa Anna - Presidente -

Dott. BIANCHI Michele - Consigliere -

Dott. DI GIURO Gaetano - rel. Consigliere -

Dott. CAPPUCCIO Daniele - Consigliere -

Dott. RENOLDI Carlo - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

R.S., nato il (OMISSIS);

avverso l'ordinanza del 07/06/2019 della CORTE APPELLO di MILANO;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. GAETANO DI GIURO;

Letta la requisitoria del Dott. PEDICINI Ettore, sostituto procuratore generale della Repubblica presso questa Suprema Corte di cassazione, con cui è stato chiesto il rigetto del ricorso.

Fatto
1. La Corte di appello di Milano, in funzione di giudice dell'esecuzione, con ordinanza in data 7/06/2019, ritenendo congrua la pena di anni sei di reclusione ed Euro 18.000,00 di multa, inflitta a R.S., con la sentenza del 23/09/2016, irrevocabile il 7/11/2016, emessa dalla Corte di appello di Milano, in parziale riforma della sentenza del G.u.p. del Tribunale di Milano, rigettava la richiesta di rideterminazione, all'esito dell'intervento della Corte costituzionale del 23/1/2019, n. 40. Con tale ultima sentenza si è dichiarata l'illegittimità costituzionale del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73 nella parte in cui prevede come pena edittale minima la reclusione di anni otto, anzichè di anni sei, per fatti non lievi aventi ad oggetto sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle I e III previste dal D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 14 (cdd. droghe pesanti).

L'adito Giudice dell'esecuzione respingeva la richiesta ritenendo che l'originario trattamento sanzionatorio fosse congruo, anche alla luce dell'abbassamento della soglia minima edittale.

2. Ricorre per cassazione R.S., con il ministero del suo difensore di fiducia, e deduce violazione di legge e vizio di motivazione.

Nella specie, occorreva adeguare il rapporto tra condotta e trattamento penale, con la necessità di ritenere che la pena applicata fosse "illegale", allorquando risultava determinata con un quadro normativo di riferimento dichiarato illegittimo costituzionalmente.

Diritto
1. Il ricorso è fondato, per quanto si passa ad esporre.

1.1. La decisione della Corte costituzionale n. 32 del 25/2/2014 ha determinato la reviviscenza del testo normativo in vigore antecedentemente alla modifica introdotta dal D.L. n. 272 del 2005, art. 4-bis, comma 1, lett. b, convertito con mod. nella L. n. 49 del 2016, con ripristino, per le condotte relative a detenzione e cessione di droghe cd. pesanti, del trattamento minimo di anni otto di reclusione, soglia che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima nella parte anzidetta, restaurando il trattamento di sei anni (sentenza n. 40/2019).

1.2. E' principio acquisito nella giurisprudenza di questa Corte quello della cd. "flessibilità" del giudicato, in ipotesi come quella in esame.

Allorquando, invero, a seguito di una sentenza irrevocabile di condanna, interviene la dichiarazione d'illegittimità costituzionale di una norma penale diversa da quella incriminatrice, incidente sulla commisurazione del trattamento sanzionatorio, e quest'ultimo non sia stato interamente eseguito, il giudice dell'esecuzione deve rideterminare la pena in favore del condannato (Sez. U, n. 42858 del 29/05/2014, Gatto, Rv. 260697).

La Corte di legittimità ha affrontato anche la questione relativa all'an ed al quomodo della nuova determinazione sanzionatoria, nei procedimenti definiti con rito ex art. 444 c.p.p., pena da ritenere illegale, anche là dove formalmente rientri nella cornice edittale, della norma "ripristinata" (S.U. 26/2/2015, n. 33040, Jazuli).

E' stato individuato nell'art. 188 disp. att. c.p.p. lo strumento processuale, per rivedere la pena, oggetto della sentenza di patteggiamento irrevocabile, e la valutazione di congruità non va operata in base a criteri matematico-proporzionali (Sez. 1, n. 51844 del 25/11/2014, Riva, rv. 261331; Sez. 1, n. 52980 del 18/11/2014, Cassia), nè con automatismi che replichino le scelte operate nell'accordo originario (per l'utilizzo dei criteri di cui agli artt. 132 e 133 c.p.: S. U. n. 37107 del 26-2-2015, Rv. 264859, Marcon).

2. Nel caso di specie il giudice dell'esecuzione, pur a fronte della sentenza della Corte costituzionale n. 40/2019, ha ritenuto la sanzione conforme alla cornice edittale vigente e congrua la pena, rispetto al comportamento concretamente posto in essere. Ciò valorizzando la quantità di sostanza e le modalità della condotta posta in essere.

2.1. Deve, contrariamente, osservarsi che, a seguito della declaratoria di illegittimità costituzionale l'illegalità della sanzione discende automaticamente dalla circostanza oggettiva della diversità tra il quadro sanzionatorio vigente al momento della decisione o della conclusione dell'accordo processuale sulla pena e il quadro normativo ripristinato (a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 40/2019).

Non è, pertanto, sufficiente nè il richiamo alla conformità formale della pena, nè l'evocazione di affermati criteri di "adeguatezza ed equità", criteri che si fondano su ragionamenti puramente nominali. Va, piuttosto, rinnovato il giudizio di "proporzione sostanziale" tra sanzione edittale e portata lesiva della condotta tenuta in concreto.

2.2. Avuto riguardo al fatto che la pena si sia inizialmente modellata in-ragione di una forbice edittale che prevedeva una sanzione minima di anni otto di reclusione, a fronte del mutato paradigma sanzionatorio nell'incriminazione (da otto a sei anni di reclusione) il Giudice dell'esecuzione avrebbe dovuto procedere a una riduzione "necessaria" della pena stessa.

Al cospetto del nuovo "minimo edittale" il giudice di merito sarà, dunque, libero di discostarsi da esso, purchè riduca la pena originariamente inflitta, dandone conto nella motivazione relativa. L'abbassamento della soglia legale nel minimo e la relativa ponderazione legislativa influiscono ipso iure sulla pena inflitta che va necessariamente ridotta, con un obbligo di motivazione che si accresce quanto più la pena rideterminata si avvicina à quella iniziale.

Alla luce di quanto premesso va disposto annullamento dell'ordinanza impugnata con rinvio alla Corte di appello di Milano per nuovo esame.

P.Q.M.

Annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame alla Corte di appello di Milano.

Così deciso in Roma, il 4 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2020