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Cass. pen. Sez. II, Sent. 27-05-2019, n. 23200

Data: 27/05/2019
Numero: 23200

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CERVADORO Mirella - Presidente -

Dott. DI PAOLA Sergio - rel. Consigliere -

Dott. PAZIENZA Vittorio - Consigliere -

Dott. PACILLI Giuseppina A. R. - Consigliere -

Dott. ARIOLLI Giovanni - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

S.A., nato a (OMISSIS);

S.M.R., nato a (OMISSIS);

S.L., nato a (OMISSIS);

avverso il decreto del 06/07/2018 della CORTE APPELLO di PALERMO;

sentita la relazione svolta dal Consigliere Dott. DI PAOLA Sergio;

lette le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa CENICCOLA Elisabetta, che ha concluso per la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Fatto
1. La Corte d'appello di Palermo, con il provvedimento impugnato in questa sede, rigettava l'appello proposto da S.A., S.M.R. e S.L., avverso il decreto del Tribunale di Agrigento in data 14 luglio 2017, con cui era stata rigettata la richiesta di revoca, ai sensi della L. n. 1423 del 1956, art. 7, comma 2, della disposta confisca dell'immobile sito in (OMISSIS). Il bene era stato sottoposto a confisca, ritenendo che fosse frutto dell'acquisto operato da S.A., destinatario della misura di prevenzione personale e patrimoniale, e dai terzi intervenienti con reimpiego di attività illecite ascrivibili a S.A.; già in sede di procedimento diretto alla confisca, i ricorrenti avevano dedotto l'esclusione della provenienza illecita del bene, in quanto loro donato dal precedente titolare ( O.G.), nonno dei ricorrenti, che dopo l'avvenuto trasferimento aveva fissato la propria residenza in tale immobile, tesi difensiva ritenuta indimostrata dai giudici della prevenzione.

1.2. Con la richiesta di revoca, i ricorrenti avevano dedotto la prova nuova rappresentata dalle dichiarazioni raccolte in sede di indagini difensive da soggetti che erano a conoscenza dell'intenzione dell' O. di donare l'immobile ai nipoti S.A., M.R. e L.; avevano ribadito la circostanza dell'avvenuto trasferimento di residenza del donante presso quell'immobile, dopo la conclusione della compravendita, senza mutarla sino alla sua morte, evidenziando altresì che gli accertamenti bancari avevano escluso che nel periodo coincidente con la presunta compravendita del bene, si fossero verificati trasferimenti di denaro da parte dei ricorrenti in favore dell' O..

1.3. Il Tribunale di Agrigento aveva rigettato la richiesta, osservando che la prova dedotta non poteva considerarsi nè nuova, nè tantomeno decisiva; gli ulteriori argomenti addotti (trasferimento della residenza; accertamenti bancari) erano già stati indicati nel corso del giudizio e valutati dai giudici che avevano disposto la confisca; le prove che venivano indicate come nuove, in realtà, miravano non alla scoperta di elementi di fatto non conosciuti, bensì ad una rivalutazione degli elementi già considerati.

1.4. La Corte d'appello condivideva il giudizio espresso dal Tribunale, osservando che i giudici di primo grado non solo avevano escluso il carattere della novità delle prove indicate dai ricorrenti, ma ne avevano valutato l'intrinseca inidoneità a fornire dimostrazione dell'assunto difensivo; aggiungeva la Corte d'appello che la prova testimoniale non sarebbe comunque stata idonea a dimostrare la simulazione dell'atto di compravendita, attesi i limiti di prova quanto alla simulazione dei contratti fissata dall'art. 1417 c.c., rendendosi necessaria la dimostrazione dell'esistenza di controdichiarazioni che dessero atto della simulazione del negozio di vendita.

2. I ricorrenti hanno proposto ricorso per cassazione a mezzo del comune difensore, deducendo con unico articolato motivo di ricorso la violazione della legge penale, in riferimento alla L. n. 1423 del 1956, art. 4, comma 10, e art. 7, L. n. 575 del 1965, art. 2 ter; il provvedimento impugnato aveva rigettato la richiesta di revoca con motivazione inesistente o meramente apparente; a fronte delle censure dell'appellante, che contestava l'affermata carenza del requisito della novità delle prove addotte, la Corte non aveva valutato complessivamente le nuove prove e gli altri elementi già evidenziati dalla difesa. Inoltre, i ricorrenti censuravano, quale profilo di violazione di legge, l'affermazione della Corte che aveva ritenuto soggetta ai limiti dell'art. 1417 c.c. la prova della simulazione dell'atto di compravendita, in contrasto con la regola fissata dall'art. 193 c.p.p. e con i principi costantemente enunciati in materia di adozione della confisca di prevenzione, in forza dei quali è ammessa la prova senza limiti della fittizia intestazione di beni finalizzata alla loro sottrazione all'ablazione nell'interesse dello Stato, principio che deve trovare applicazione anche quando a invocare la simulazione sia il soggetto che intenda contrastare la pretesa dello Stato alla confisca.

Diritto
1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

Il tentativo dei ricorrenti di evocare il difetto assoluto di motivazione, o la sua mera apparenza, al fine di legittimare l'ammissibilità del ricorso (consentito dalla L. n. 1423 del 1956, art. 4, comma 10, - applicabile al caso di specie per essere stata disposta la confisca in relazione ad una proposta anteriore all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 159 del 2011 - solo per violazione di legge), fonda la sua premessa logica nel mancato esame delle istanze formulate a sostegno della richiesta revoca della confisca, attraverso prove testimoniali dirette a dimostrare che l'acquisto del bene confiscato era avvenuto in modo lecito, attraverso un atto di donazione da parte del titolare del diritto di proprietà, come risultava dalle confidenze ricevute dai testi indicati sulla volontà di trasferire o donare quell'immobile.

La Corte d'appello, nel condividere il giudizio già espresso dal Tribunale, ha osservato che i temi di prova sollecitati dagli odierni ricorrenti (la dissimulazione dell'atto di donazione da parte del nonno dei ricorrenti, attraverso la stipula di un atto di compravendita con l'indicazione del prezzo del trasferimento, la fissazione della residenza del venditore nel medesimo immobile, gli accertamenti bancari) avevano già formato oggetto di valutazione nel giudizio di prevenzione, sicchè quelle che venivano indicate come "prove nuove" costituivano, nella sostanza, un tentavo di approdare ad un differente apprezzamento dei medesimi elementi indiziari, già considerati e valutati; ha, inoltre, rilevato che il Tribunale, senza arrestarsi a tale considerazione, aveva comunque valutato la rilevanza delle prove testimoniali che si intendevano far assumere, nella prospettiva della revoca del provvedimento di confisca, giungendo a formulare un giudizio sfavorevole quanto all'attendibilità dei testi (attesa la tardività della loro individuazione, senz' alcuna spiegazione sui motivi della "ritardata" scoperta di tali fonti informative) e alla capacità intrinseca di sorreggere la tesi difensiva, essendo destinate quelle prove a dimostrare genericamente gli intendimenti del donante, senza alcuno specifico riferimento alle vicende del trasferimento.

Gli argomenti così esposti forniscono adeguata e coerente motivazione, rispetto al tenore della richiesta di revoca, formulata ai sensi della L. n. 1423 del 1956, art. 7, comma 2, e alle deduzioni dei ricorrenti, poichè sono frutto dell'applicazione dei principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità, secondo la quale "In tema di misure di prevenzione, la prova nuova che consente la revoca della misura di prevenzione deve presentarsi, nel quadro di un ponderato scrutinio degli elementi a suo tempo acquisiti, come un fattore che determini una decisiva incrinatura del corredo fattuale sulla cui base era intervenuta la decisione, non essendo, quindi, sufficiente evocare un qualsiasi elemento favorevole che finirebbe per trasformare un istituto che ha il carattere di rimedio straordinario in una non consentita forma di impugnazione tardiva. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la decisione del giudice che aveva respinto la richiesta di revoca di una confisca di prevenzione sul presupposto che gli elementi prodotti non erano idonei a dimostrare che il reddito dell'istante avesse subito incrementi tali da giustificare gli acquisti effettuati dei beni oggetto di confisca)" (Sez. 2, n. 41507 del 24/09/2013, Auddino, Rv. 257334, sulla scorta dell'insegnamento delle Sezioni unite intervenute nel medesimo procedimento: Sez. Unite n. 57 del 19/12/2006, dep. 2007, Auddino, Rv. 234955). Infatti, sia che si intenda il concetto di "prova nuova" come corrispondente solo alla prova sopravvenuta rispetto alla conclusione del procedimento di prevenzione e non anche quella deducibile, ma per qualsiasi motivo non dedotta (Sez. 5, n. 3031 del 30/11/2017, dep. 2018, Rv. 272104), sia che si acceda alla tesi meno restrittiva, riconoscendo la possibilità di valutare anche prove non sopravvenute (Sez. 5, n. 148 del 4/11/2015, dep. 2016, Rv. 265922), il tratto unificante di tali orientamenti è costituito dal cardine dell'istituto, ossia dal carattere di rimedio straordinario che non può, pertanto, trasformarsi in un anomalo strumento di impugnazione, imponendo che i nuovi elementi (per essere legittimamente considerati) non devono esser mai stati valutati nel precedente procedimento. Al contrario, come puntualmente indicato nel decreto della Corte d'appello, e nel provvedimento del Tribunale, le circostanze di fatto che vengono prospettate dai ricorrenti sono state tutte considerate nel procedimento con cui è stata disposta la confisca, sicchè nessun elemento nuovo, in grado di sovvertire la decisione definitiva, è stato indicato a sostegno della richiesta revoca.

3. All'inammissibilità del primo motivo di ricorso consegue l'assorbimento del secondo motivo, divenendo irrilevante stabilire se la prova testimoniale potesse essere utilmente dedotta al fine di provare la simulazione dell'atto di trasferimento.

Alla declaratoria di inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonchè, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso (Corte Cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che si ritiene equa, di Euro duemila ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 22 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2019